ARRIVAL: IL FILM PER TRADUTTORI, INTERPRETI, LINGUISTI E UMANISTI

  • 26-feb-2020

Arrival: il film per traduttori, interpreti, linguisti e umanisti

di Gabriele Ciuffreda

 

Il 26 febbraio 2017 alla 89° edizione dei Premi Oscar un film di fantascienza, che poi tanto di fantascienza non fu, vinse il premio per il Miglior Montaggio Sonoro, a fronte di ben 8 nomination ricevute un mese prima. La pellicola in questione è Arrival, capolavoro del regista canadese Denis Villeneuve dal molteplice valore semantico e dalle diverse e complesse sotto-tracce: alieni, amore, memoria, rapporto tempo/spazio, comprensione del diverso e – rimanendo vicini al nostro contesto – linguaggio, traduzione e interpretariato.

 

Arrival si palesò come film universale, con un messaggio chiaro e lampante sin da subito: la tecnologia più importante, potente e funzionale che l’uomo abbia mai inventato (e sviluppato) non è rappresentato da robot invincibili, navicelle supersoniche o armi letali e indistruttibili, bensì da ciò che lega l’uomo e ne plasma l’esistenza, giorno dopo giorno, il linguaggio.

 

Ma prima di tutto, cos’è Arrival?

 

Il film – con protagonisti una superba Amy Adams (la linguista Louise Banks) e un inedito Jeremy Renner (il fisico Ian Donnelly) – prese vita dall’interessante fusione tra cinema autoriale e film blockbuster, alquanto tipico tra i lavori di Villeneuve (Sicario, Blade Runner 2049).  Arrival fu tratto dal racconto breve “Storie della tua vita” dello scrittore sino-americano Ted Chiang. Lo stesso film avrebbe dovuto avere il medesimo titolo, ma alla prima proiezione precedente alla distribuzione ufficiale il pubblico campione lo bocciò. I produttori così decisero di optare verso un titolo più legato alla trama fantascientifica che alla vicenda… ci fermiamo qui, per evitare spoiler a coloro che non hanno visto il film.

Se la versione letteraria della storia già colpiva per la sua potenza narrativa, e un approccio insolito, umanista e filosofico al genere fantascientifico contemporaneo, la sceneggiatura da essa estrapolata da Eric Heisserer fece ancora di più, tirando fuori dal cappello un capolavoro di maestria e riadattamento cinematografico rendendo il tutto ancora, per quanto possibile, intimo e profondo.

Qui trovate una nota di Christian Pastore che tradusse dall’inglese all’italiano “Storie della tua vita”, che poi è anche il titolo della raccolta di racconti Chiang.

 

La trama

 

Senza la vena sopracitata (e i deliziosi tecnicismi di regia e fotografia, la sobria e malinconica estetica e la colonna sonora da brividi) la trama potrebbe apparire come un vero e proprio cliché tra film fantascientifici: ci sono 12 navi aliene che giungono sulla terra in 12 punti diversi del globo, c’è l’esercito americano che assolve i più importanti cervelloni del pianeta per capirli, ma che in realtà sarebbe più deliziato nel “combatterli”, c’è una tra le più classiche corse contro il tempo, così come il dramma personale della protagonista.
La forma è basilare, la sostanza assolutamente no. Una sostanza che emerge fuori con calma e delicatezza, in una complessa escalation emotiva. Il risultato dunque è certo a tutti gli effetti un film di fantascienza, ma dall’altissima originalità. Un film per tutti, amanti del genere e non, che invita alla riflessione, che si auto-genera su una torre minimalista fatta di lunghi silenzi e colori tenui, tutt’altro che tipici nel genere sci-fi.

 

La “vera” storia del linguaggio alieno

 

 

Chi ha visto il film non potrà che non ricordare gli eleganti e ipnotici cerchi che gli octopodi sono soliti usare per comunicare. Questi fanno parte di un linguaggio vero e proprio, completamente svincolato da ogni convenzione umana. Insomma un unico caso scientifico da studiare e comprendere, un sogno per la linguista Amy Adams

La differenza principale tra il linguaggio umano e quello degli eptapodi del film sta proprio nella sua natura primordiale: mentre il primo è lineare e glottografico, quello degli alieni è circolare e semasiografico.

Gli umani infatti comunicano utilizzando sistemi linguistici in cui fondamentale è la corrispondenza tra il parlato e lo scritto. I vocaboli semasiografici (usati dagli alieni) non presuppongono ciò, trasmettendo interi concetti.

In questo articolo potrete godere dell’intera progettazione e ideazione del linguaggio poi donato agli alieni del film, nella sua forma grafica, linguistica e matematica: un alfabeto di cento logogrammi ideato da Patrice Vermette e Martine Bertrand.

 

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Gabriele Ciuffreda – Social Media e Marketing Manager, amante di viaggi e sport. Bulimico di libri e cultura. Cultore di mentine e caffè, si dimena tra comunicazione, cose e politica.

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