CORREGGERE O NON CORREGGERE, QUESTO È IL PROBLEMA! IL DILEMMA DEL REVISORE

  • 29-mag-2020
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Correggere o non correggere, questo è il problema!
Il dilemma del revisore

di Lavinia Tomasinelli

 

“Hai un minuto? Posso leggerti una frase e mi dici se secondo te suona bene in italiano?”

Se anche voi avete la fortuna di lavorare a stretto contatto con colleghi traduttori o avete semplicemente l’abitudine di scambiarvi opinioni in merito a una traduzione, vi sarà sicuramente capitato di chiedere una consulenza di questo tipo.

Forse si trattava di un testo tradotto in un modo, a vostro avviso, particolarmente bizzarro, oppure non eravate sicuri di avere reso con efficacia un’espressione o, più semplicemente, volevate la conferma che il testo prodotto suonasse naturale ed efficace anche all’orecchio di un altro madrelingua.

Che si tratti di un giudizio positivo o negativo, aspettiamo ansiosi una conferma della nostra opinione.

E a volte capita che quel testo, che a noi sembrava così innaturale e stravagante, all’orecchio di un collega risulti invece spontaneo e scorrevole; oppure, qualcun altro ci fa notare come quella soluzione che pareva così valida, in realtà, non sia per nulla idiomatica.

Quando qualcuno smentisce il nostro giudizio, segue sempre un momento di delusione e incredulità. Apriamo il nostro motore di ricerca e cerchiamo un appiglio, uno spunto, una pagina di grammatica, qualcosa che scandisca in modo inconfutabile il fatto che anche la nostra soluzione poteva essere possibile.

E se, a volte, non siamo sicuri della resa di un testo tradotto da noi, correggere una traduzione e decidere la gravità di un errore nel lavoro di un collega può rivelarsi un compito tragicamente arduo.

Quanto posso intervenire sul testo? Quello che sto segnalando è davvero un errore o forse è frutto del mio gusto personale? Quanto può essere severo il mio giudizio?

Se non vi è mai capitato di revisionare un testo, forse queste domande possono sembrare strampalate o alquanto ingenue: stiamo pur sempre parlando di testi in italiano, giusto? Cosa c’è di più chiaro e immediato della nostra lingua madre? Qualcosa semplicemente “si dice” o “non si dice”, o no?

La risposta è: dipende.

Sabato scorso, ho avuto il piacere di partecipare all’interessantissimo webinar organizzato da AITI e tenuto dalla docente Lucilla Pizzoli dal titolo “I dubbi del correttore: quando e come intervenire sul testo tradotto”.  La presentazione online iniziava con un breve sondaggio che racchiudeva molti dei dilemmi sintattici e ortografici della lingua italiana, o meglio, molte delle domande che anche chi parla italiano da una vita non sapeva di avere fino a quando non si ritrova a dovervi dare una risposta, nero su bianco.

È corretto scrivere “da per tutto”? La “d” eufonica è sempre obbligatoria oppure è da evitare? È giusto usare l’ausiliare essere oppure avere con i verbi che esprimono condizioni metereologiche? È necessario usare la virgola dopo “tuttavia”? È sempre un’atrocità inserire una virgola prima della congiunzione “e”? “Unione europea” oppure “Unione Europea”?

La risposta secca  o no lascia dubbiosi, insoddisfatti, perfino scontenti. L’italiano, infatti, è una lingua viva, in continua evoluzione e non sempre la norma riesce a tenergli il passo. Moltissimi  e no, in effetti, dipendono da una serie di fattori: dalla situazione, dal mezzo di comunicazione, dall’interlocutore, dal tipo di testo, dagli effetti che si desiderano ottenere.

Il compito del revisore, quindi, è quello di distinguere un errore oggettivo dalla sua personale sensibilità linguistica o, come dicono a Oxford, da quello che gli fa schifo. Non è semplice: la lingua è il modo in cui diamo forma e voce ai nostri pensieri, è il mezzo con cui comunichiamo con il resto del mondo, ma allo stesso tempo è una cosa intima, quasi sacra, perché avvolge e plasma totalmente la nostra percezione delle cose. Ecco da cosa deriva quell’incredulità condivisa quando l’esperienza di un collega smentisce una nostra convinzione linguistica: in qualche misura, smentisce anche il modo che avevamo di percepire un’affermazione, un concetto.

Insomma, quello del revisore non è un compito facile, ma qualcuno dovrà pur farlo.

Nel caso in cui non esista una regola univoca sull’uso di un particolare traducente o di una struttura sintattica, il traduttore (e, di conseguenza, il revisore) dovrà rifarsi ai dettami delle istruzioni inviate dal cliente. Anche se non le condividiamo, anche se contengono regole all’apparenza assurde, la guida di stile sostituisce in questo universo le regole della lingua italiana. E come tale, dovremo venerarla: se il traduttore devia dalle norme del cliente, dovrà essere punito (nessuna punizione corporale, ovviamente: solo un “Minor” nella scorecard).

In quel limbo, invece, in cui le grammatiche italiane non si sono ancora espresse in modo univoco e il cliente non ha inviato alcuna indicazione, il traduttore può dare libero sfogo alle sue perversioni stilistiche. E il revisore potrà annotare qualche cambiamento, ma specificando che si tratta semplicemente di una sua preferenza. Sì, di una preferenza.

Esatto.

Lascia stare il mouse.

Quella virgola va bene lì dov’è. Te lo assicuro.

Ok?

Ok.

 

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Lavinia Tomasinelli – Lead Linguist, Cantante occasionale per concerti notturni in macchina, abusa di Netflix e ama citare libri e film in modo casuale. Preme il pulsante posponi 50 volte di fila..

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