LETTORI PARTICOLARI PER LIBRI SPECIALI

  • 8-feb-2018

 

LETTORI PARTICOLARI PER LIBRI SPECIALI

Qualche riflessione sulla traduzione del libro per ragazzi

 

di Irene Pinori

 

Diversi anni fa, mentre traducevo un libro per ragazzi di una scrittrice belga, mi imbattei in un “berlingot de cacao” che Paula, la protagonista del romanzo, prendeva per fare merenda. Era evidente che la piccola Paula stesse semplicemente per bere un succo in brick, come è capitato anche a noi da bambini chissà quante volte. Nessun problema quindi? Non proprio. Perché il “berlingot” è una confezione tetraedrica assolutamente inusuale per il pubblico italiano (di recente, una nota azienda ha immesso sul mercato un prodotto con un packaging di questo tipo, ma nell’immaginario collettivo il succo di frutta con la cannuccia di plastica attaccata è, e probabilmente rimarrà, un parallelepipedo). Quel “berlingot”, allora, dava un’informazione molto importante: geolocalizzava, per così dire, il libro. Che fare? Decidere che, nell’economia del romanzo, il particolare tipo di imballaggio non era rilevante ai fini del racconto e tradurre cancellando il riferimento culturale? O cercare una traduzione quanto più possibile accettabile e fedele per mantenere quel riferimento senza incidere sulla scorrevolezza della lettura? O, infine, cedere alla famigerata N.d.T.?

Un problema di questo tipo non è esclusivo della traduzione della letteratura per ragazzi, ci mancherebbe. Ma la specificità della traduzione di questi libri è che tali difficoltà tendono a riproporsi molto più spesso. E la ragione è da ricercare sia nel pubblico di lettori a cui tali opere sono indirizzate, sia nell’atteggiamento con cui ci si pone rispetto alla letteratura per i, così detti, young-adult.

 

Un lettore “particolare”

Un ragazzo, dice Rose-Marie Vassallo, è “un lecteur au balluchon léger”, un lettore cioè che ha un bagaglio di conoscenze sul mondo ancora limitato, proprio in conseguenza della sua giovane età. Questo fa sì che una traduzione accettabile per un adulto non lo sia necessariamente anche per un bambino o un ragazzo, che non ha riferimenti a sufficienza per poter comprendere determinate situazioni lontane dalla sua esperienza. E qui le cose si complicano. Come mantenere il lettore con gli occhi incollati al racconto senza incidere su ritmo, scorrevolezza, chiarezza e riuscire al contempo a portare nella lingua di arrivo tutto il senso dell’originale? È giusto limare certi passaggi e, per così dire, spianare la strada al giovane lettore evitandogli il “non compreso” e, di conseguenza, uccidendo la curiosità di andare a cercare o a chiedere il significato di una parola, di un passaggio? La traduzione di opere straniere consente di allargare la scelta disponibile per i ragazzi, di entrare in contatto con nuove realtà. La società cambia e, con essa, la percezione dell’altro, della diversità intesa come varietà, come gamma di possibilità. Ridurre un racconto al metro della cultura di arrivo snatura l’opera originale e impedisce l’apertura al mondo. “Fino a che punto un giovane lettore è in grado di comprendere il diverso da sé?” è la domanda che il lettore adulto si pone rispetto ai ragazzi. La possibilità di entrare in contatto con altre culture anche tramite canali che non siano quelli del libro rende forse più aperti al confronto i giovanissimi. Di certo introduce concetti che diventano presto più comprensibili, anche se non immediatamente inclusi nel quotidiano. Oggi fa sorridere che, in una traduzione del 1962 di un’opera di Emily Neville, la traduttrice francese senta il bisogno di spiegare che cosa siano i popcorn. Ma questo accade perché il bagaglio culturale del lettore, grande o piccolo che sia, è in continuo aggiornamento, anche in conseguenza degli eventi storici. Eliminare deliberatamente certe caratteristiche di un testo perché lontane da quelle della realtà del lettore target sembra ormai una chiara contraddizione del senso stesso della traduzione intesa come abbraccio e apertura sulle altre culture. Provare a rendere accessibile questa diversità anche a un pubblico di bambini e ragazzi attraverso un racconto che sia comprensibile e stimolante allo stesso tempo rimane ad ogni modo una grande sfida, con la quale il traduttore di libri per ragazzi non può che misurarsi costantemente.

 

Una letteratura “speciale”?

La storia della letteratura per l’infanzia mostra che in passato l’opzione dell’adattamento/domesticazione l’ha fatta da padrona. Per citare solo uno dei casi più famosi, prendiamo la traduzione di Little women della Alcott, che in francese diventa Les Quatres Filles du docteur March: non solo le quattro sorelle perdono l’autonomia di piccole donne per diventare “figlie di”, ma il cappellano si trasforma in un medico, molto più verosimile come padre di famiglia in ottica europea. Molti sono i casi di omissioni volontarie o di aggiunte deliberate, in nome di un avvicinamento del racconto al lettore per facilitarne la comprensione e la lettura. Dice Riitta Oittinen che la tendenza all’adattamento aumenta passando dalla letteratura per adulti a quella per ragazzi. Rincara la dose Virginie Douglas, per la quale tale tendenza sembra connessa alla mancanza di valore attribuito a questi libri. Quest’ultima riflessione apre una finestra sulla vivace discussione in merito appunto al valore che si attribuisce in generale alla letteratura per ragazzi, ma per non allontanarci troppo, richiudiamo immediatamente quella finestra con una frase di Bianca Pitzorno, la cui idea è che “i libri per i più giovani possano e debbano avere una loro dignità letteraria, e che lo scrittore di juvenilia sia uno scrittore come tutti gli altri […] che, se aspira a meritarsi il nome di scrittore, deve […] cercare di raggiungere nelle sue opere quel grado di qualità elevata, se non di perfezione, che consenta loro di essere considerate a pieno titolo letteratura" [1]. Certo, le traduzioni delle opere per ragazzi confermano che, soprattutto nel passato, il trattamento riservato a questi testi non sia sempre stato all’insegna del rispetto più devoto e che spesso le regole di mercato abbiano avuto un ruolo non trascurabile nell’approccio alla materia. La questione è delicata e la letteratura per bambini e ragazzi sembra davvero essere, come dice Isabelle Nières-Chevrel, una letteratura fragile”.

 

E adesso, ricordate il problema iniziale della traduzione di “berlingot”? Mossi dalla convinzione che non sempre è possibile trasportare immediatamente tutto il carico di valore che un termine lega a sé, ma che al contrario sia possibile recuperare prima o dopo quello che il caso specifico non ha consentito di fare, fu scelto di tradurre “berlingot” con “brick”. Il ragionamento a monte di tale decisione fu che la particolare forma della confezione non avesse rilevanza nel complesso della storia, e che l’ambientazione del racconto risultasse comunque comprensibile agli occhi del lettore grazie ad altri – ben più caratterizzati – passaggi del romanzo.

 

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Irene Pinori - Social media consultant e traduttrice dal francese. Parigi addicted irrecuperabile, la sua vera passione è la letteratura per ragazzi: ne parla su Instagram nel suo account @_lirelej, ma è già in cantiere il suo nuovo blog.

 


[1] Bianca Pitzorno, Storia delle mie storie, Il Saggiatore, Milano, 2002.

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