RACCONTI / 7: UN SOGNO CHE SI REALIZZA

  • 24-ott-2018

RACCONTI / 7: UN SOGNO CHE SI REALIZZA

di Raffaele Velotti

 

Quando sono partito alla volta degli Stati Uniti, nel settembre del 2016, avevo sedici anni e le idee un po’ confuse. Senza mai aver preso un aereo o messo piede fuori dall’Italia, mi avventuravo verso l’ignoto non sapendo cosa aspettarmi. Dicono che, se trascorri un anno della tua vita all’estero in un’età così cruciale come quella dell’adolescenza diventi poi, col tempo, sempre più sicuro di te. In effetti, questo è proprio ciò che ho riscontrato: ora, a distanza di due anni, continuo a rendermi conto degli effetti positivi del mio anno all’estero. So come affrontare i problemi, sono più consapevole dei miei pregi e difetti e, soprattutto, ho capito ancora meglio cosa voglio fare da grande: lavorare con le lingue e trasportare idee e concetti da una cultura all’altra.

 

Alle superiori ho frequentato il liceo linguistico, forte della passione che mi porto dietro fin da piccolo. Tuttavia mentirei se dicessi di essere stato indirizzato in maniera adeguata verso il mondo del lavoro: per carità, non mi aspettavo certo contratti a tempo indeterminato all’età di 15 anni, ma chiedevo per lo meno di saperne di più sugli sbocchi professionali dell’indirizzo che avevo scelto. Come faccio a diventare interprete? Qual è l’università più adatta per quello che voglio fare? Come dovrò muovere i primi passi nel mondo dell’impiego? Su tutto questo (e non solo), la mia scuola ha spesso lasciato che me la sbrigassi da solo, pensando forse che, quando sarebbe arrivato il momento, avrei magicamente capito quale strada intraprendere per coltivare le mie ambizioni.

 

Ho sempre avuto un immenso rispetto per i traduttori e gli interpreti, e mai mi sarei sognato di cominciare a lavorare seriamente senza alcuna esperienza pratica alle spalle. Poi però, un pomeriggio del 2017, notai su Facebook l’annuncio di un giovane ragazzo, Diego Cresceri, che cercava collaboratori per un “grosso e continuativo progetto di machine translation post-editing”. Conoscendo il significato solo di metà delle parole scritte nell’annuncio, e consapevole del rifiuto che avrei sicuramente ricevuto (soprattutto visto che non avevo alcuna formazione specifica all’attivo, neanche il diploma delle superiori), decisi, circa un anno fa, di inviare la mia candidatura.

 

Diego mi sorprese: gli era piaciuta tanto la mia e-mail, disse, e avrebbe voluto darmi una possibilità. C’era solo un piccolo problema: io ero ancora minorenne, e per motivi fiscali non sarebbe stato possibile cominciare subito. A malincuore, seppur grato per il feedback ricevuto, accantonai questo progetto e, per un po’, me ne dimenticai. Eppure, dopo poche settimane, ecco una nuova e-mail di Diego: visto che avrei compiuto 18 anni di lì a poco, potevo iniziare. “Se ti va,” mi scrisse, “ti mando subito il test, così vediamo come te la cavi”. Quella mattina andai a scuola camminando a dieci metri da terra: sapevo poco e nulla del progetto, eppure c’era qualcuno, in un’agenzia italiana importante, che credeva in me e aveva deciso di darmi la possibilità di fare ciò che volevo fare, anche se non avevo ancora compiuto 18 anni.

 

 
 
 
 
 
 
 
  La nostra festa di compleanno (a distanza) per i 18 anni di Raffaele

 

 

 

 

 

 

Non mentirò: il test andò piuttosto male. Vuoi per la fretta di consegnare subito, vuoi per l’emozione e l’ansia che mi accompagnavano, sbagliai alcune terminologie e saltai a piè pari alcune regole di post-editing che mi era stato detto di rispettare.Diego si dimostrò eccezionale ancora una volta. “Proviamo lo stesso,” mi disse. “Voglio darti una possibilità: ti mandiamo un file su cui lavorare”.

Quel file fu, almeno per me, di grande difficoltà: un programma nuovo (CAT Tools? E chi ne aveva mai sentito parlare!), terminologia ostica, regole stilistiche peculiari da imparare e applicare. Vi lavorai un pomeriggio intero e lo consegnai quella stessa sera, in trepidante attesa di un responso sul mio futuro lavorativo.

 

Ebbene, quella volta andò tutto come doveva andare. Il mio file non fu ritenuto disastroso, e fu solo l’inizio di un lungo e gratificante percorso che, grazie a Diego e Creative Words, ho avuto la possibilità di intraprendere. Ricordo ancora quando, il sabato sera,tornavo massacrato dal mio turno di cameriere in pizzeria e, alle 2 di notte, mi mettevo a lavorare sui file che mi erano stati assegnati per quella settimana. Mi piaceva, mi divertivo,pensavo non ci fosse nient’altro che avrei preferito fare. La domenica mattina, poi, mi svegliavo presto e mi mettevo sui libri. E così per un anno intero, diviso fra CAT, notule, deadline e fuzzy da una parte, e scuola, patente, lavoro e maturità dall’altra.

 

E adesso, direte voi? Adesso scrivo questo articolo dalla biblioteca dell’Università degli Studi di Trieste, la “scuola interpreti” più importante d’Italia: su 560 candidati, sono risultato fra i 78 idonei a frequentare il corso in Comunicazione Interlinguistica Applicata. “Sei stato bravo, il test è difficilissimo” qualcuno mi dice. Forse sarà vero, ma se c’è una cosa che ho imparato vivendo negli USA, è che da soli non si arriva mai da nessuna parte. Quindi, ora che mi ritrovo a lavorare come post-editor anche per altre agenzie e privati con cui sono entrato in contatto quest’anno, il mio pensiero non può che andare alla squadra di Creative Words: al mitico Diego, colui che per primo ha creduto in me, alla formidabile Francesca, la Project Manager che ha avuto l’estenuante compito di rispondere ai miei dubbi da novellino quando neanche sapevo cosa fosse un PO, nonché a tutti coloro che ho avuto modo di “conoscere” durante la mia esperienza da freelance presso CW.

Cosa mi riserverà il futuro, per adesso non lo so. Una nuova vita da fuorisede, sicuramente (e passare da Napoli a Trieste è molto diverso che passare da Napoli al Wisconsin), tre anni di studio matto e disperatissimo, per citare il caro Leopardi, e poi… poi il mondo, il mondo che mi aspetta e che non vedo l’ora di conoscere. Un mondo che, a volte, gira proprio per il verso giusto.

 

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Raffaele Velotti - Giovane napoletano trapiantato a Trieste, studia per diventare interprete e traduttore in un futuro (si spera) non molto lontano. Adora entrare in contatto con culture diverse, perdersi in posti mai visti prima e, soprattutto, guardare il bicchiere mezzo pieno.

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